Vagabondi nelle Alpi
tra i
Rododendri in Fiore
di GIORGIO ZANETTI


COGNE ***** HOME


Era un sogno che da tempo avevamo: quello di stappare una bottiglia di spumante sul cocuzzolo di una montagna per festeggiare il nostro venticinquesimo anniversario di matrimonio. Noi due. Soli.

** La scelta **

Il problema però era di scegliere dove e quale montagna. La scelta dell' Italia fu la più ovvia e facile a fare, poi venne quella della montagna e quì cascò l' asino. La scelta davanti a noi era immensa anche se dal principio avevamo eliminato le vette più ardite; ci siamo infatti concentrati sui cocuzzoli attorno a quota duemila. Ma la lista era ancora lunga. Allora decidiamo di scegliere per prima la regione e rendere più facile la scelta finale e così arriviamo a tre scelte: l' Abruzzo, le Dolomiti e le Alpi Marittime. Se ricordo bene le visite in passato, in Abruzzo ai primi di Giugno fa già molto caldo per le attività escursionistiche che intendiamo fare; a riguardo delle Dolomiti, sì sono bellissime, ma sono anche molto popolari e noi volevamo vedere posti belli sì ma un pò fuori dall’invasione turistica di massa che frastuona.

La scelta quindi cadde sulle Alpi Marittime, e più precisamente le valli in provincia di Cuneo, già visitate brevemente alcuni anni fà. Cuneo infatti è circondata a guisa di un ventaglio, da sei bellissime valli maggiori; incominciando da sud/est in direzione orario troviamo la Valle Pesio, Valle Vermenagna, Valle Gesso, Valle Stura, Valle Maira e Valle Grana.

Queste valli appartengono all' area di cultura Occitana, della Provenza e del Delfinato, ma ciascuna ha il proprio carattere, la propria storia visibile nelle antiche pietre delle chiese, castelli e casolari; inoltre con ben tre parchi regionali nelle zone d' Argentera, Palanfrè e Pesio, offrono varietà di paesaggio contrastante, sinfonie di flora e numerosa varietà di fauna.

Ora non rimane che scegliere la vetta. In questa zona di vette tra i duemila e tre mila metri e più ce ne sono tante, alcune facili altre difficili; ce ne sono per tutti i gusti e per tutti i livelli di preparazione atletica. I loro nomi, come Bisalta, Argentera, monte del Frisson, Bec d' Orel e così via, suonano, come d' altronde i nomi di tutte le montagne, belli e dolci alle orecchie di coloro che amano le montagne e se li vocalizzi lentamente e a bassa voce, diventano personaggi vivi. Personaggi di storia antica che ti chiamano, per farsi conoscere, per incontrarti e tu ti senti attirare come da un maglio benefico. E così la frenesia incomincia.

Nelle nostre conseguenti ricerche sulla zona, troviamo in un volume del 1898 intitolato "Ball's Alpine Guide. The Western Alps", certi appunti su questa zona che facilitarono la scelta della cima: La Bisalta, anticamente chiamata Besimauda, quota 2404 metri. Infatti l' autore la descrive con queste parole: "La veduta dalla Besimauda è una delle più belle immaginabili, include non solo la pianura piemontese, ..., ma anche l’intera catena delle Alpi Occidentali e Centrali (escluso però il Mon Bianco), dal Mon Viso sù verso il Monte Rosa e il Disgrazia, mentre il Mediterraneo e perfino Genova , sono visibili nella direzione opposta...La discesa diretta a est verso la Certosa, impiega un paio d' ore; 3.5 per la salita". Dopo aver letto queste righe ho dovuto tirare un forte respiro, la frenesia aumentava.

La certosa accennata nel testo, è la Certosa di Pesio, "a Certuza" nel dialetto locale. Fondata intorno al 1173 dai certosini seguaci di S. Brunone ma ora gestita dai missionari della Consolata di Torino, è situata quasi alla fine della strada valliva; la Bisalta invece si trova a metà valle e divide la val Pesio e la val Vermenagna. La Besimauda La Bisalta, nelle cui roccia si trova l'uranio ed il cui profilo è riconoscibile da ogni direzione, è formata da due vette ben distinte: la Besimauda propriamente detta a quota 2231 metri e il Bric Costa Rossa con i suoi 2404 metri; le due vette distano un'ora e un quarto di cammino l'una dall'altra (Ingrandisci la foto a sinistra: la Besimauda vista da Pradeboni).

In una nostra precedente visita (versione in inglese) eravamo entrati nella tranquilla e verdeggiante Val Pesio per caso, quasi per sbaglio, e anche se la valle è senza sbocco stradale, entrando, se innalzi gli occhi verso sud e l'Alta val Pesio puoi vedere, anzi quasi toccare, le bellissime cime del massiccio del Marguareis, chiamate anche le "Piccole Dolomiti".

"Le strapiombanti cime del Marguareis sono caratterizzate dall' avere il nucleo alpino composto da rocce calcaree, al contrario di quelle Marittime, dove invece i territori d’alta quota sorgono su rocce di tipo eruttivo ed impermeabile", le descrive così un depliant turistico. È per questo che la zona ha un sistema di cavità carsiche che ammonta complessivamente a ben 150 Km. di sviluppo, uno dei più importanti d’Italia; la zone è riconosciuta anche a livello internazionale per ragioni delle speci esclusive nel profilo biogeografico.

Ed eccoci in aereo, alla fine di maggio 1997, a destinazione di Milano Linate, avvicinarsi alle Alpi Svizzzere; il cielo è limpido e la vista delle montagne si fà sempre più spettacolare; cime innevate, laghetti come appesi nelle conche, minuscoli villaggi nelle verdi vallate. Ma ecco che spingendo la vista sulla Padana e l' arco alpino occidentale s' intravede una coltre di nuvole quasi solida; le cime più alte del Rosa, Cervino, Monte Bianco e Gran Paradiso risaltano come isolotti in un mare bianco. Infatti le previsioni del tempo non sono molto favorevoli, ma il vedere le montagne così anche tra le nuvole, non spegne l' ardore ormai acceso, anzi la fiamma si fà più ardente.

** Dramma notturno a Vernante **

Preso possesso della macchina, ci dirigiamo verso Cuneo. Prima di deviare per la strada che porta in Val Pesio, vogliamo però visitare ancora una voltala bella zona che è la RISERVA NATURALE di PALANFRÈ situato nel comune di Vernante al sud di Cuneo. È sabato sera e già con quattro ore di ritardo proseguiamo per Vernante, piccolo paese della Valle Vermenagna, sugli ottocento metri , la cui fama è data dall'artigianato dei coltelli e dai murales, sparsi un pò d'appertutto nel paese, che riproducono le vicende di "Pinocchio".

Ormai siamo all' imbrunire, le nuvole sono basse, c' è odor di pioggia nell' aria. Stanchi prendiamo una stanza al piccolo hotel "Martinet" cioè fabbro ferraio nel dialetto locale e che è situato sulla strada che porta lassù al parco ed è a pochi passi dal fiume Vermenagna (Ingrandisci la foto a destra). Vernante Durante la notte il silenzio della valle è interrotto dal cadere di una pioggia leggera ma insistente che canta monotona su di un tetto di lamiera. Poi appena scaduto la mezza, di chissà quale ora notturna, dalla torre della vicina chiesa, s'ode un dramma nel boschetto vicino: uno schiamazzo d’ali ed il gridare sicuramente di un gufo, fanno eco nel buio, poi, di nuovo si sente solo la ninna nanna della pioggia.

Verso le otto del mattino domenicale siamo svegliati dalle campane della chiesa che avvisano i fedeli a recarsi alla messa. La pioggia continua. Scendo sulla spaziosa veranda all'entrata dell’hotel e trovo il vecchio "martinet" di ottantadue anni intento a leggere il giornale, senza occhiali, con le mani annerite dai lunghi anni di lavoro all’incudine. Un termometro inchiodato ad una colonna di legno indica cinque gradi. Ormai la messa è finita, sulla strada che dalla chiesa porta al paese, passano i fedeli due a due sotto un ombrello; si scambiano le ultime novità e pettegolezzi sotto voce, gesticolando; di tanto in tanto si fermano per dare più enfasi all'argomento. Sotto un pino del vicino boschetto si possono notare alcune piume e la rimanenza dell’ ala di un piccolo uccello...

Oggi le montagne non si vedranno, offuscate come sono dalle basse e grigie nuvole; andremo dunque a visitare Mondovì (Ingrandisci la foto a sinistra) , a pochi kilometri e che si trova su di un bel poggio come a sorvegliare sulle Langhe. Mondovi La città natale di Giolitti, situata a 559 metri sul livello del mare, offre tra l' altro una bella cattedrale del quindicesimo secolo e dietro il duomo, un belvedere pubblico da cui si può gustare un suggestivo panorama sulle Alpi. Ma oggi sferza il vento e la pioggia cade di traverso; tuttavia camminiamo per le vie selciate e deserte tra palazzi signorili e nella grande piazza, che vogliono sussurrarti il loro vecchio orgoglio.

Nel tardo pomeriggio, di ritorno a Vernante, constatiamo che alcune macchine in direzione opposta, hanno il cofano ed il tetto coperto di neve; ci guardiamo stupefatti, quasi increduli, dopo tutto è il primo Giugno, poi incominciamo a ridere...

È ormai il crepuscolo di Domenica sera, un crepuscolo malinconico, novembrino; ci fermiamo all' "Osteria del Ciliegio", appena passato Vernante andando verso Limone Piemonte. Ora grosse falde di neve volteggiano allegramente alla luce pallida dell’insegna dell' osteria, ma puntando lo sguardo su verso i pendii boscosi d' intorno, si può constatare che le cime verdi delle piante stanno prendendo un colore biancastro, come coperti da un tenuo velo bianco d’organza, sembra di essere in un’altro mondo.

Nell' entrare ci invade l' odore ed il calore del focolare fiammeggiante; la cena basata sull'ottima cucina piemontese e accompagnata da un' altrettanta ottima bottiglia di "Dolcetto d' Alba" vivace, rende la serata "invernale" del primo Giugno un avvenimento davvero indimenticabile.

** Visita a Palanfrè**

L' indomani il blù del cielo s' intravede tra le nuvole un pò d' appertutto e piano piano le cime più alte delle montagne appariscono candide e risplendenti ai caldi raggi del sole. Decidiamo di salire in macchina a Palanfrè, quota 1379 metri.

Dopo alcuni tornanti, si sente d' un tratto una sinfonia di campanacci a varie intonazioni, ed ecco che incontriamo una mandria di mucche, di razza valdostana-francese e piemontese, sorvegliate da tre fratelli ed alcuni cani pastori. Ci informano che sono dovuti scendere da Palanfrè, dove salgono da Borgo S. Dalmazzo ogni Maggio per usufruire dei bei pascoli d’alta montagna; ma l' abbondante caduta di neve della notte scorsa, 20 centimetri, impedisce il pascolare del bestiame e hanno dovuto quindi chiedere il permesso di un amico per pascolare la mandria nei patri a basssa quota; i loro gesti, il loro volto e la loro voce lasciano capire che il contrattempo è abbastanza grave, ma d' altronde sono rassegnati. Forse la vita del gufo...

Il gruppo è accompagnato da Jackie, una mula curiosa, che infatti mi si avvicina per annusare il piccolo registratore che tengo in mano mentre stò registrando il suono incessante e vivace delle campane appese al collo di quasi tutte le mucche (Ingrandisci la foto a sinistra: Jakie la mula). Jakie la mula

Vorrei quì far notare un' appunto sulla razza bovina piemontese, la cui stirpe è nata dall' intrappolamento, in una zona che corrisponde grosso modo al Piemonte, di un tipo di bovino "Aurochs" durante il periodo Pleistocene ed è appunto chiamata razza "tauroindica antica". [Link Razza Piemontese]

Arriviamo, dunque, nell' esigue piazzetta del villaggio ormai semi abbandonato; la chiesetta ed il caffè/bar sono chiusi. Il sole risplende tra le sparse e veloci nuvole; la neve baciata dai caldi raggi, si scioglie dolcemente sui tetti di ardesia, sull’erba e sui fiori che fanno occhiolino, forzatamente supini sotto il peso della neve che però si fà sempre più leggero.

Dando uno sguardo tutto intorno si vedono le cime ammantate di neve, Bec d' Orel, monte Pianard, monte Garbella e le loro punte rocciose, accarezzate dal sole, diventano sempre più visibili; nelle valli all' orizzonte, strati di nuvole scivolano come velieri, verso il Nord; guardando verso Est il baluardo della Bisalta sembra giocare a nascondoglio.

Fontana di Palanfré In un angolo della piazzetta, la fontana, (Ingrandisci la foto a destra) vecchia amica, ci invita col suo dolce gorgogliar d’acqua; un'acqua di qualità veramente eccellente, fresca e leggera; il suo suono allegro è accompagnato dal canto melodioso dei fringuelli.

Da una casa quasi di fronte alla fontana, esce una donna, la mamma dei tre fratelli, ottantenne, piccola, con i capelli tirati sù a cipolla; due giovani cani pastore, uno nero l'altro marrone macchiato, le corrono intorno e fanno festa. Entrando in discorso si parla della dura vita di montagna, della neve inaspettata, dell' intervento chirurgico ad ambedue le gambe. Questa donna esile ma tenace, accompagna i figli fin quassù ogni anno, pulisce in casa, fa la cucina, si occupa dei vitellini...; la vita del gufo...

In silenzio, riempiamo le bottiglie d' acqua, infilo lo zaino e ci incamminiamo per la strada sterrata che conduce al bivio dove iniziano vari sentieri; sulla destra le case sparpagliate con i muri di pietra diroccanti, tetti sfasciati, eppure una volta la valle risuonava dell’eco di gente laboriosa, eco che oggi e domani rimangono silenziosi; e se le rocce fossero come dei nastri registratori si potrebbe forse risentire quelle voci, quei suoni...

Dietro il paese si trova "bosco bandito" di faggi, così chiamato perchè lasciato intatto da generazioni e generazioni per proteggere il paese dalle valanghe di neve che potrebbero scendere dalla costa del monte Pianard che sovrasta a 2200 metri.

Le foglie delle piante sono appena sbocciate, piccole, delicate e ancora tenere di un verde pallido; tra i rami fa ritornello un fringuello, uno delle 60 speci d' avifauna che frequentano il parco e di cui ben 50 speci nidificano in questa zona.

Rododendri a Palanfré Nei prati, sotto la coltre di neve (Ingrandisci la foto a sinistra), si intravedono i primi rododendri, viole, primule, ranuncoli, orgogliosamente sbocciati, ma adesso faticosamente chini verso terra in una umiltà penosa. In questo parco è stata rilevata la presenza di ben 650 speci di piante superiori, quantità molto elevata in rapporto all’estensione dell' area.

Siamo ora al bivio che si unisce al sentiero della Grande Traversata delle Alpi (GTA), sentiero che passa attraverso tutto l’arco alpino, avventura di sogni...; i cartelli indicano la direzione da prendere, il tempo che si impiega e l’altimetria che si raggiunge alla meta dei vari sentieri; noi scegliamo il sentiero a sinistra che porta al lago degli Albergh (sic; nel gergo locale vuol dire "alti pascoli") a quota 2038 metri raggiungibile in 2 ore; sappiamo già che oggi il lago non potrà essere raggiunto dato che la neve diventerà sempre più profonda man mano che si salirà di quota.

Oggi desideriamo soltanto usufruire della bella e silenziosa natura che ci circonda, gustare il paesaggio reso soffice dalla bianca neve abbagliante nel sole caldo del tardo mattino, del silenzio interrotto da canti melodici e dal brontolar dell' acqua che scende a valle nei ruscelli; a respirar l’aria pura e fresca spruzzata dai dolci profumi del sottobosco e dai fiori che finalmente sono liberati dai raggi del sole; è come essere in un dolce sogno al rallentatore.

Entrati nel bosco di faggi, cerchiamo di trovare, come è nostra usanza, due bastoni che ci accompagneranno durante le nostre escursioni; dopo averne provato vari, sempre rami caduti per terra, eccone due che sembrano fatti apposta, sono secchi ma robusti e leggeri; con il coltello pulisco i nodi e arrotondo il manico; ora non manca più nulla.

Il sentiero un pò bagnato, ma senza neve, si inoltra nel bosco, attraversiamo alcuni ruscelletti, poi eccoci davanti a una frana causata dalle acque impetuose di primavera; scavalchiamo con cautela l' ostacolo; sarà difficile per la mandria passare per di quì, l' anziana "rasdora" ce ne aveva parlato ed era molto preoccupata; il problema era già stato discusso con il sindaco del paese, ma ancora senza alcun esito.

Adesso siamo fuori dal bosco e ci avviciniamo ad un' altra fontana bisbetica situata al Gias Piamian metri 1460; come bambini di fronte a caramelle sorseggiamo anche quest’acqua, buonissima. Seguiamo il sentiero nel vallone, a sinistra siamo accompagnati da un grosso ruscello che scorre in basso verso la Vermenagna, e lassù in lontananza domina il tutto la forma piramidale ed innevata del monte Frisson a quota 2637, il lago è in quei paraggi.

Fin' ora la neve sul comodo sentiero è soffice e si scioglie sotto i nostri passi lenti, ma più si sale la neve si fà più dura e più profonda, incomincia a coprire le scarpe, il sentiero si fà più ripido e stretto.

In alto volteggiano, in diversi gruppi a stormo, i gracchi alpini, uccelli neri, un pò più grossi del merlo, dal becco giallo e curvo; comunicano tra di loro usando vari suoni, trilli chiari e melodici; nidificano nelle fessure e sporgenze delle pareti rocciose sovrastanti. Il camminare adesso diventa faticoso, ci fermiamo. Siamo nel vallone degli Albergh; il silenzio è interrotto dai lieti garruli dei gracchi e dal suono dell'acqua cerulea e chiara che scende veloce nel ruscello; le cime bianche tutt'intorno ci addocchiano; sulla destra del sentiero ci sono macchie di rododendri in fiore semi coperti dalla neve; un dolce profumo invade l'aria e le narici, e riempiamo profondamente i polmoni di questa estasi; la mente si scioglie davanti a questo scenario, santuario sacrosanto di Madre Natura.

Siamo in cammino da poco più di un'ora; la meta è ancora lontana; decidiamo di ritornare sui nostri passi giù verso Palanfrè. Quando si è in montagna ci sono quattro regole di base che si devono ubbidire o le conseguenze possono diventare catastrofiche: 1) essere equipaggiati secondo il grado d'impegno dell'escursione; 2) informarsi e studiare il sentiero e la zona; 3) tener d'occhio le previsioni del tempo; 4) saper decidere quando è tempo di far marcia indietro; l'ultima regola è forse la più importante e allo stesso tempo la più difficile a mettere in pratica specie dopo una lunga marcia. Noi siamo contenti lo stesso anche se la meta del lago sarà per un'altra volta; per coloro che vogliono ascoltare ed osservare, la montagna insegna tante cose; l'arrivare alla meta, sì è importante e soddisfaciente, ma anche il sentiero che si deve percorrere è altrettanto interessante ed istruttivo; basta soffermarci ogni tanto, prender fiato, osservare e godere tutto quello che ci circonda.

** Verso la Val Pesio **

Verso il tardo pomeriggio , partiamo per la Val Pesio; ormai il cielo si è schiarito, l'aria è pulita, la Bisalta e le cime del Marguareis risaltono invitanti nel colore rosa pallido del tramonto.

Si entra nella valle passando per Chiusa di Pesio, a quota 575 metri, paese la cui origine risale forse ai longobardi; la valle verde di faggi, abetaie e bosco ceduo è ricca di ottimi pascoli. La strada, che segue e attraversa varie volte il fiume Pesio, sale in appena dieci kilometri alla Certosa situata a quota 859 metri; a valle nei prati, si vede gente affacendata a tagliare o a rastrellare a mano il fieno; negli orti ben curati, gli anziani, curvi, zappano gli ortaggi; in questa valle ombrosa e verde c'è un senso di serenità, di pace, che ti induce alla meditazione e al silenzio. In questa valle si dovrebbe entrare in punta di piedi.

Ci fermiamo all' "Albergo Nuovo Alpinisti" in località S. Bartolomeo o San Burtmè in lingua locale. L'hotel è gestito dall'affabile Lello, sua moglie Angela, ottima cuoca e dal figlio Davide, abile e attento cameriere. All'arrivo siamo ricevuti da Mariuccia l'accogliente sorella di Angela. Tutta la famiglia si mostra premurosa, ti senti ad agio, benvenuto, come se fossimo membri di famiglia ritornati dopo tanto tempo. Poi all'ora di cena possiamo assaporare le varie delizie casalinghe di Angela. Credo che sarà duro partire.

Dopo cena ci intratteniamo nella sala del bar in compagnia di tutta la famiglia, una copia olandese che tutti gli anni regolarmente trascorre le vacanze estive proprio quì dal "Hotel Nuovo Alpinisti"; si aggiungono al gruppetto altre tre persone del vicinato. Le discussioni variano, dall'abbondante caduta di neve dell'anno scorso, ben quattro metri, alla politica; ogni tanto, quando la discussione si fà seria siamo interrotti dalle battute scherzose del simpatico Lello; poi c'è il signor Bobbio, genovese di ottantadue anni, ma che fà ancora delle escursioni in queste montagne, che argutamente ribatte: "ma in dù lè stà Bettola?" quando faceziosamente gli faccio presente che la patria di Cristoforo Colombo non è Genova ma bensì Bettola, piccolo comune nella provincia di Piacenza; ma questa è tutt'un'altra storia.

Intanto prendiamo l'occasione per informarci quale sentiero sia preferibile per "conquistare" la Bisalta che sovrasta la valle a pochi kilometri più a valle; i consigli sono vari, ma poi sono tutti d'accordo che quello che parte da Pradeboni sia il mogliore.

La giornata inizia alle tre del mattino quando siamo svegliati dal fischio di un merlo appollaiato sul pino in mezzo al cortile e a pochi passi dalla veranda; un fischio netto, vigoroso, dal timbro di tenore e che ontinua per un bel pezzo, per lui la giornata è già incominciata. Decido allora di avvicinarmi alla veranda semichiusa e registrare questa bella melodia; il brontolìo dell'acqua del fiume Pesio che passa a una cinquantina di metri più in là, fà da sottofondo.

Dopo poco più di mezzora il merlo si allontana; possiamo riaddormentarci, la mente non è più stanca, si sente leggera come le lucciole che si vedono volteggiare nei prati intorno. L' allarme è per le sei, vogliamo incamminarci di buon'ora.

Dopo la sveglia ed i preparativi mattutini scendiamo per prendere la macchina, ma prima di uscire ecco che la voce di Lello ci chiama e ci invita, con insistenza, a prendere un cappuccino; non c'è modo di dir di no; poi eccoti arrivare il signor Bobbio con alcuni cartamenti in mano seguito poco dopo da una signora del vicinato. Si incomincia a discutere sul perchè e percome dell'avviso di tassa supplementare ricevuta il giorno prima; dopo un pò ci scusiamo: "la montagna ci aspetta"; guardo l'orologio, sono già le otto e Pradeboni si trova a più di mezzora di macchina; soffermarsi, osservare, assaporare...

** Verso la Besimauda**

Il cielo è splenditamente blù; l'aria è calda e purtroppo anche lo spumante nello zaino sarà caldo; dopo tre quarti d'ora arriviamo nel piccolo piazzale di un gruppo di case chiamate Tetti Pilon a quota 953 metri, presso Pradeboni, dove, in una piccola piazzetta, c'è l'ubiquita fontana bisbetica che sgorga da un rubinetto nella vasca di cemento usata anche per abbeverare il bestiame, come indica una tabella sbiadita.

Appena usciti dal gruppetto di case ristrutturate, eccoci di fronte il profilo della doppia vetta della Bisalta e alla destra un bel tratto dell'arco alpino le cui cime sono innevate. La tabella indica quattro ore per salire sulla cima e l'orologio indica già le nove; il merlo aveva ragione, la giornata dovrebbe incominciare prima della levata del sole.

Bastone in mano, scarponi ben legati, zaino pieno, incominciamo il nostro pellegrinaggio sulla larga careggiata che piano piano incomincia a salire gradualmente e poi attraversato il Rio Grosso un paio di volte, sale a zig zag nel bosco mischio di faggi, abeti e betulle bianche. Ogni tanto si possono intravedere tra le fronde degli alberi, le due cime assolate.

Dopo un'ora e un quarto ecco, ai lati del sentiero, dei rododendri i cui boccioli ancora nell'ombra delle piante, si stanno timidamente aprendo; quà e là macchie di primule gialle e violette bianche e viola spruzzano nell'aria il loro profumo.

Poco più di un centinaio di metri più avanti usciamo dal bosco e quì i rododendri lungamente baciati dal caldo sole, sono vanitosamente aperti e sembrano godere delle carezze delle api e degli insetti tra cui numerose sono le coccinelle.

Salendo poi su di una piccola altura a sinistra, come d'improvviso, eccoti davanti, verso oriente, le frastagliate cime innevate che dividono la val Pesio con la val Ellero, verso Sud la Punta Mirauda e le altre cime dell'Alta val Pesio, tutte al di sopra dei duemila metri; tutt'intorno nella boscaglia ormai bassa e sporadica d'ontani, fanno coro varie speci di uccelli canori; il sole risplende orgoglioso su tutto e tutti.

Diamo un lungo sguardo sulla panoramica. Vogliamo assorbire quest'aria dolce e questa calma vista; vorremmo imbottigliarla, imprimerla nella nostra mente per poi tirarla fuori dai cassetti della memoria nei giorni scuri. Immersi in questo scenario, tutte le altre cose sembrano svanire nel nulla; i monotoni riti della vita giornaliera prendono una dimensione tutta differente, diventano banali, insignificanti.

Un cartello indica un'ora e mezzo per la Besimauda; continuiamo verso la meta; ora sui margini della strada si vedono macchie di viole del pensiero bicolori dai grossi petali di cui uno ha la punta color giallo cupo, ciclamini e gerani alpestri.

A poco a poco la strada si fà pianeggiante e dopo una ventina di minuti ecco a destra il primo bivio che sale ripido verso la nostra meta. Il cartello ora indica un'ora e tre quarti per il Becco Costa Rossa e un'ora e mezzo per la Besimauda; sì ancora un'ora e mezzo da quì; in montagna i tempi d'impiego sono approssimativi, quindi mezzora in più o in meno non fà troppo differenza, almeno credo.

Il sentiero che si prende per la salita diventa subito più difficile e scivoloso a causa della neve che si scioglie e dall'erba bagnata e lunga. Proseguiamo con cautela verso la cresta dove la sbiadita segnaletica rossa sulle pietre bagnate non risalta troppo bene; usiamo pertanto i grossi massi, sparsi quà e là, come punti di riferimento.

Siamo verso quota 1900; quando alzo gli occhi per un'ennesima volta verso le cime, ed il cuore mi si stringe; in pochi minuti le due cime sono sparite, madre natura ha deciso di coprirle con una fitta coltre di nuvole; diamo uno sguardo attorno, il cielo è sereno anche se con un pò di foschia.

Aspettiamo una decina di minuti per vedere se le nuvole fossero di passaggio, invece la nebbia scende più in basso rendendo la visibilità molto ristretta. Non conoscendo il sentiero che salendo più in alto diventa roccioso, decidiamo di scendere e di raggiungere il bivacco "Gias Provine di mezzo" che si intravede alla fine della sterrata a metri 1701 di quota.

Incominciata la discesa, incontriamo un uomo che c'informa di essere membro della CAI locale e quindi molto pratico della zona e che continuerà la salita con la moglie che lo segue a una cinquantina di metri più in basso. Arrivati al bivacco, che è chiuso, troviamo un posto al sole e sotto vento sulle scale di legno che salgono al secondo piano a fianco dell'edificio.

**Stappiamo lo spumante **

A pochi passi un mucchio di neve servirà a rinfrescare lo spumante; gustiamo i panini ed il dolce, stappiamo la bottiglia e brindiamo al nostro venticinquesimo anniversario di matrimonio con il solo bicchiere di plastica che troviamo nello zaino, l'altro è rimasto nella macchina.

Tutt'intorno è silenzio; ci fanno compagnia la musica di un rigagnolo che scende a valle, il canto di uccelli che sale dal boschetto più a valle, il ronzio delle api e degli altri insetti che gironzolano di fiore in fiore; per un pò di tempo non osiamo dir parola per non rompere questo incanto. Ci meravigliamo di questa bellezza che madre natura ci offre senza chiedere nulla in ritorno; noi possiamo solo contraccambiare rispettandola con la reverenza ed umiltà dovuta ad un personaggio anziano e saggio.

Dopo una mezz'oretta di sosta, ritorniamo sui nostri passi per la via del ritorno, sono quasi le due pomeridiane; dall'alto ci sorvegliano le due cime ancora immerse nella nebbia; chiudo gli occhi e faccio una promessa: "Ritorneremo"; spero che la prossima volta ci daranno il permesso di salire fin sulla loro cima e poter godere della spettacolare veduta.

Alla sera, per cena all' "Albergo Nuovo Alpinisti", abbiamo la scelta di tortellini al burro e salvia, o al pesto che il signor Bobbio ha generosamente offerto e che è stato preparato da una casalinga proprio di Genova; come secondo la scelta è tra il vitello al vino bianco o la trota ai ferri; il tutto accompagnato da una ottima bottiglia di Dolcetto d'Alba. La giornata si è dunque conclusa trionfalmente.

Un pò stanchi, ma più che soddisfatti, andiamo a riposare presto perchè domani saliremo al rifugio Garelli posto sotto il massiccio Marguerais; credo che questa notte non sentiremo il merlo cantare. Infatti ci svegliamo solo quando l'allarme suona alle sette; oggi guardando dal balcone verso le cime, si vedono semi nascoste da nuvole sparse, ma in generale la giornata si annuncia buona; d'altronde la gita non sarà troppo difficile.

Certosa in Val Pesio Saliamo con la macchina per la strada che attraversa il ponte sul Pesio proprio davanti alla Certosa (Ingrandisci la foto della Certosa a sinistra)e che prosegue passando vicino alla scalinata che sale al grande Cimitero dei Partigiani che in questa zona erano molto attivi. Dopo una decina di minuti arriviamo al Pian di Gorre, a metri 992, dove c'è il bel rifugio del parco, una fontana e quà e là nel vasto prato, tavoli da pic-nic. Dai boschi tutt'intorno echeggiano uccelli canori ed il canto di due cuculi che fanno eco nella valle; l'acqua del Pesio scende fragorosa verso le Langhe.


** Verso il rifugio Garelli **

Nel parcheggio ci sono solo altre due macchine; sono appena dopo le nove quando ci incamminiamo per la comoda e larga sterrata e dopo una ventina di minuti arriviamo ad uno spiazzo dove diramano i vari sentieri del parco. Imbocchiamo il sentiero a sinistra che procede nel bel bosco e si incomincia a salire rapidamente; il dislivello per arrivare al Garelli è di mille metri.

Dopo un'ora arriviamo al Gias sottano di Sestrera a quota 1331 metri, che si trova in un largo spiazzo invaso da giganti foglie verdi alte un mezzo metro; a pochi passi dal bivacco dei pastori c'è la solita fontana e sostiamo per un cinque minuti; adesso una nebbia leggera si alza dai boschi e prati umidi risvegliati dai raggi invisibili del sole.

Proseguiamo nel bosco imponenete di abeti frammisto di faggi, fino alla fine del bosco ai piedi del ripido vallone di Piecai a 1550 metri circa; adesso il sentiero piega a destra tra grossi massi e rododendri quasi tutti ancora chiusi e sale ripido verso il pianoro dove si trova il Gias soprano di Sestrera, quota 1842 metri. Attraversiamo il bel pianoro ricco di fiori alpestri e guardando in sù, ogni tanto, s'intravede tra la nebbia il rifugio situato a quota due mila e che in breve tempo raggiungiamo.

Purtroppo oggi, la "colossale" parete del Marguerais non è visibile a causa della nebbia che sale a sbuffate dai valloni, ma possiamo quasi sentire la sua altera presenza (Ingrandisci la foto a destra: l'autore, la moglie ed il rifugio Garelli alle spalle).

Rifugio Garelli Sono le dodici, il rifugio è chiuso, ma è possibile usare i servizi usando l'entrata invernale; ci sistemiamo ad un tavolino sulla terrazza ed ammiriamo tutto il bel vasto pianoro infiorito e coperto d'erba e che è chiamato il "Pian del Lupo". Mentre riposiamo s' intravedono, in alto negli schiarori della nebbia, due aquile che planano addocchiando in basso in cerca di una facile preda.

Lasciato il rifugio verso l'una, seguiamo il sentiero della GTA che, superata una costa, si butta nel desolato Vallone del Marguareis e continua a mezza costa scendendo verso il laghetto del Marguareis situato a 1923 metri. Le nuvole, come fazzoletti arruffati, continuano a giocare con le cime, rendendo il vallone ancora più malinconico; di tanto in tanto si scorciano sui pendii vaste estensioni di neve.

La prima parte del sentiero è stretto ma abbastanza comodo e pianeggiante; ora le nebbia copre interamente la valle. A metà sentiero, per una trentina di metri, c'è della neve sui nostri passi; proseguiamo con cautela; ritornati sul sentiero pulito diamo un'occhiata in alto verso la parete strapiombante e anche se invisibile ai nostri occhi, ti fà venire le vertigini. In una conca più in basso si intravede il piccolo lago creato dalla neve fondente che copre le pendici che lo abbracciano e che culminano proprio con la Punta del Marguareis a quota 2651. Le gocce d'acqua, nate dai nevai sui vicini pendii, si uniscono tutte insieme per formare il calmo laghetto. Poi come d'improvviso, ammagliate da una voglia di correre verso il mare, si precipitano giù contro i sassi, fili d'erba e i fiori, per riunirsi di nuovo chissà dove. Alcune, baciate dal sole, evaporeranno sù verso il cielo e mutarsi in nuvole; alcune saranno belle e docili mentre altre diventeranno furiose e cattive, per poi ritornare giù di nuovo a terra e ricominciare il ciclo.

Arrivati al lago si possono contare cinque grossi massi rotolati giù chissà quando, che lo circondano come pietre preziose su una corona. Ora il sentiero che scende dal lago è abbastanza difficile e ripido, specie se si seguirebbe l'itinerario a senso contrario; dal laghetto nasce U Sàut, fiumicello fragoroso, che scende ripidamente sul fondo roccioso e che si fa più largo e rumoroso man mano che scendiamo di quota; il sentiero lo costeggia sulla sponda sinistra.

Ad un certo punto la corrente, irruente e capricciosa, è divisa in due da un'isola rocciosa, che come un giardino di fate è coperta da un'erba di un verde cupo, infiorata di viole, primule, ranuncoli, genziane, rododendri sbocciati e altri bellissimi fiori; poi, sfiorato come in un abbraccio amoroso questo paradiso in miniatura, i due rami d'acqua si ruiniscono dopo una cinquantina di metri.

Verso le tre meno un quarto arriviamo al Gias soprano del Marguareis, quota 1730, dove si staccano vari sentieri tra cui a sinistra quello che sale verso il passo del Duca, alla capanna Morgantini e ad altri gias del parco; un cartello indica un'ora e mezzo per ritornare al Pian di Gorre .

Ogni tanto le nuvole ci lasciano sbirciare, a sinistra, la cima dello Scarason, 2352 metri e quella chiamata il Castello delle Aquile a metri 2553.

A più di centro metri più a valle il letto del fiumicello passa sotto ad una coltre di neve profonda e la valle si fà più stretta e con numerosi massi caduti dalle creste; due cucù si fanno eco uno da una parte della valle l'altro dall'altra; poi, d'un tratto non si sente più il frastuono dell'acqua, sembra che, come magia, sia sparita, evaporata nel nulla, invece ha trovato una di quelle caverne di cui la zona è famosa e così tutto diventa silenzioso; dappertutto i fiori rendono più accogliente questa austera valle. Sul sentiero si possono riconoscere parecchie orme di camoscio. Terminata l'innevata che copre U Sàut notiamo che il letto del medesimo è asciutto, l'acqua continua il suo cammino nelle viscere della montagna; ora le nuvole si sono abbassate rendendo la valle melanconica ma allo stesso tempo magica; se non fosse per i fiori alpestri tutt'intorno il paesaggio diventerebbe opprimente.

Adesso sull'altra sponda s'intravede un piccolo bivacco di pastori e a pochi metri dalla struttura un enorme ed oblungo sasso rossastro in posizione orizzontale e sotto uno spazio a guisa di caverna che è usata dai pastori per stagionare gli ottimi formaggi pecorini alpestri.

Una bella farfalla arancione con spruzzi di giallo e nero sulle ali volteggia di fiore in fiore per attingere del loro nettare; più in là s'ode il fischio d'allarme di una marmotta.

Davanti a noi una vasta e profonda coltre di neve ci blocca il sentiero per più di un centinaio di metri; decidiamo di aggirare questo ostacolo scendendo a valle per una cinquantina di metri, dove non c'è più neve, e riprendere il sentiero più in là. Una volta ritornati sui nostri passi, notiamo che l'acqua d' U Saut è ritornata in superfice e di nuovo il suo rumore ci accompagna. In questa zona constatiamo varie attività di marmotte e segni della presenza di vari ungulati, forse cinghiali, camosci o caprioli; notiamo anche numerose macchie di geranio alpestre sbocciati.

Pian piano ci avviciniamo di nuovo al bosco di faggio che, man mano scendiamo, diventa più fitto e attraversato il fiumicello su di un ponte arriviamo in poco tempo al Gias Sottano di Sestrera dove eravamo passati questa mattina; sono le tre e mezzo pomeridiane, ancora un tre quarti d'ora e arriveremo alla nostra macchina, stanchi ma contenti di aver eseguito il sentiero anulare del Garelli.

Era ovvio dalle nuvole insistenti, bizzarre e basse di ieri che la pioggia non poteva tardare, infatti oggi cade intensa e quindi ci limiteremo a visitare i dintorni in macchina.

Passiamo per Saluzzo, coronata dal maestoso Monviso,e seguendo la val Varaita oltrepassiamo il colle di Sempeyre a quota 2234, ma naturalmente oggi non si potrà godere la splendida vista sul Monviso da questa "divina balconata" come è stato già descritto; dopo il passo ci troviamo nella Val Maira con il suo ottimo miele di montagna ed i suoi paesini arroccati sugli speroni delle pendici scosese; oggi i torrenti che scorrono in queste bellissime valli, sono limacciosi ed infuriati, ingrossati dalla costante e forte pioggia che causa anche degli smottamenti sulle strade.

Entriamo in Cuneo situata a 534 metri sul livello del mare, città fondata nel XII secolo e circondata da un magnifico scenario delle Alpi; i cinque kilometri di portici che fiancheggiano la via principale fanno comodo in un giorno di pioggia come oggi.

** Verso il Passo del Duca **

Il merlo che non si era sentito la notte precedente a causa della pioggia, stamattina è ritornato a cantare; la sveglia è per le cinque e mezzo dato che vogliamo inserire un'altra escursione prima di partire per Piacenza e visitare i parenti. Oggi la nostra meta sarà il passo del Duca a 1989 metri. La giornata è chiara e calda; tutt'intorno l'erba e le foglie, come lavate da una pioggia sacra, risplendono di un verde fresco, quasi nuovo (Ingrandisci la foto a sinistra: vista delle "CARSENE" dal passo).

Passo del Duca Alle sette siamo già nel parcheggio ancora vuoto del Pian di Gorre; il sentiero do oggi passa anche per la tappa d'obbligo d'U Pis ed Pèes o Pis del Pesio a quota 1426.

Dopo un'ora e venti minuti siamo al bivio, nelle vicinanze del Gias di Arpi, che a destra porta al Pis del Pesio che in effetti sono due grosse fessure nell'alta parete carsica da dove escono a strapiombo, con gran fragore e gran spettacolo due grandi getti d'acqua e da cui appunto nasce il fiume Pesio; dato che salendo pochi passi dopo il bivio si possono vedere questi due "rubinetti" dallo stesso sentiero, decidiamo, per risparmiare tempo, di proseguire per il passo.

Il sentiero, che sale in tornanti ripidi, è bagnato e l'erba ai lati, ormai lunga, incomincia ad inzuppare gli scarponi; dopo una ventina di minuti più sù, ecco che il sentiero è bloccato dal tronco di un grosso faggio sradicato e più in là ci sono altre tre pini sradicati di traverso il sentiero. Dopo aver analizzato la situazione decidiamo di scavalcare gli alberi, impresa non facile per i numerosi rami, ma con cautela passiamo gli ostacoli e dopo aver girato sul seguente tornante si possono notare le grosse radici di questi giganti coricati a causa della pioggia del giorno precedente; immagino che il rumore dello schianto sarà stato pauroso e fà pena vederli così prostrati con la loro altiera chioma all'ingiù, raso terra.

Sulla destra del sentiero un'alta parete rocciosa che culmina con la Testa du Martel di metri 2061 e d'appertutto intorno sull'erba e sui fiori, le goccie di rugiada risplendono come gioielli baciati dai raggi mattutini del sole; deviamo ora dal sentiero a causa della neve che lo copre per la lunghezza di due tornanti; tutto è silenzio, solo, ogni tanto, il canto di un fringuello nel bosco più a valle.

Arriviamo al Colle del Prel, posto a 1925 metri, appena sotto al Passo del Duca; il prato è di un bel verde smeraldo che si spande su ambedue i versanti della costa; da un'altura la vista spazia sulle Langhe semicoperte da uno strato di nuvole a quota più bassa di noi e aguzzando bene la vista verso nord e le lontane catene montuose, si notano le cime bianche delle Alpi in direzione della Val d'Aosta.

La salita è stata abbastanza faticosa e ripida, ora all'ombra di una roccia ci rifocilliamo per alcuni minuti prima di dare la spinta per gli ultimi sessantina di metri e lasciamo indietro lo zaino; gli scarponi sono completamente inzuppati d'acqua; l'ultimo tratto del sentiero è molto ripido e roccioso; il passo si fà sempre più pesante e si fiata forte, ma dopo aver oltrepassato uno stretto passaggio tra due rocce si arriva finalmente al passo; sono le dieci. Al di là possiamo osservare il vasto e desolato vallo delle Carsene dove sono abbondanti le caverne e dove esiste sottoterra un grande lago, rifornito dalle abbondanti nevate e dalle piogge, le cui acque alimentato appunto i due "rubinetti" del Pis del Pesio; è stato pure verificato che una certa quantità d'acqua si versi a sud nella valle della Roia.

Scendiamo e riprendiamo lo zaino; eravamo certi che nel ritorno avremmo dovuto scvalcare di nuovo i tronchi degli alberi, quando invece ad un paio di tornati prima si possono sentire delle voci; infatti tre addetti del parco avevano già tagliato i tronchi ed il sentiero era finalmente libero; li ringraziamo per l'assiduo lavoro e continuando ormai di buon passo arriviamo alla macchina quando sono le dodici e mezzo.

Ora riprendiamo la strada che ci porta a Chiusa di Pesio e verso le Langhe; ripassando vicino alla Certosa rallentiamo a passo d'uomo per darle ancora uno sguardo; rallentiamo passando a S. Bartolomeo proprio davanti all'"Albergo Nuovo Alpinisti" e salutarli tutti con la mente e col cuore; rallentiamo quando attraversiamo i ponti sul Pesio per ascoltare e guardare l'acqua limpida che scorre a valle. Ed il cuore piange. E pensavo che si dovrebbe uscire dalla Val Pesio a marcia indietro per poter dare ancora un'ultimo sguardo a questa bellissima valle che, insieme con la sua gente, sa darti allo stesso tempo euforia e pace, come un'innamorata.


**COGNE**

Passati una decina di giorni con la parentela tra reminiscenze ora gioiose ora amare e altre attività, tra cui una bella escursione sui fianchi del monte Penna (senza però arrivare alla cima), intercalando con lunghe e saporite agape fraterne, ci congediamo con una certa tristezza.

Dopo la pioggia e l'assassina e devastatrice grandine di ieri l'altro, nemica acerrima degli agricoltori, oggi, Mercoledì, c'è foschia nell'aria calda e pesante d'umidità.

Partiamo quindi verso la Val d'Aosta, regione di montagne giganti, pressapoco a 250 kilometri da Piacenza.

La nostra destinazione è Cogne, villaggio alpino nel comprensorio del Parco Nazionale del Gran Paradiso, istituito nel 1922 nella zone della Riserva di caccia della Real Casa d'Italia e dalle Patenti del 1821 che vietavano la caccia allo stambecco in tutto il regno di Sardegna.

Man mano che ci avviciniamo alla Val d'Aosta l'aria si rinfresca e la foschia si dirada, lasciandoci intravedere le magnifiche cime alpine, i castelli arroccati sui fianchi delle montagne, i vigneti, i villaggi e le valli strette ed oscure. Per lungo tempo seguiamo la Dora Baltea, gonfia dei detriti del Monte Bianco, che finalmente lasciamo appena dopo Aosta, e ci dirigiamo sù verso Cogne che è situata a quota 1534 metri nell'omonima vallata, a poco più di venticinque kilometri dalla capitale.

In questa valle scorre tumultuoso, in una gola profonda, il torrente Grand Eyvia, che nasce oltre Lillaz (quota 1617 m.) ultimo paesetto all'estremità orientale della valle di Cogne.

Dopo aver trovato alloggio all'hotel Fior di Roccia, appena ad Est di Cogne, decidiamo di salire a Gimillan, quota 1785, da dove si può godere di un magnifico colpo d'occhio su Cogne con il suo grande prato verde di Sant'Orso e sul versante Nord del Gran Paradiso ed i suoi ghiacciai.

Lasciata la macchina nel primo spiazzo all'entrata del paese, ci incamminiamo tra le viuzze inclinate di Gimillan innondate dal sole del tardo pomeriggio; nei giardini delle case fioriscono orgogliosi lupini e aquilegie multicolori; ogni tanto incontriamo una fontana d'acqua con la vasca ed una tavola di legno che in uno angolo ha tre pezzi di legno a forma di "U" per appoggiarvi il sapone. Più in là infatti una donna di mezza età, con un fazzoletto annodato sulla testa, è indaffarata ad insaponare i panni con movimenti cadenzati ma stanchi, strofinandoli sulla tavola, con le mani rese ruvide e rosse dalla loro costante immersione nell'acqua gelida; la fontana, ormai nell'ombra della chiesa vicina, barbotta instancabile, mentre il "tonf,tonf,tonf" monotono della donna che sbatte i panni rimbomba tra i muri di pietra grigia delle case attorno; nel cortile vicino un cane abbaia con svogliata noia, poi tace e ritorna a sonnecchiare, sdraiato sul tappeto vicino all'entrata di casa.

Alzando lo sguardo al di sopra dei tetti lastricati di ardesia e alla destra di un aguzzo campanile ecco che a pochi kilometri verso Sud gli immensi ghiacciai luccicanti del Gran Paradiso che domina il tutto con i suoi 4061 metri (Ingrandisci la foto a destra: il Gran Paradiso e Cogne visti da Gimillian).

Cogne Saliamo oltre il paesello per un sentiero che porta ad una cappella bianca quasi baciata da un piccolo ruscello che scorre a pochi passi; la veduta all'orizzonte è spettacolare; un'aria fine e fresca accarezza i pini silvestri; la mente scorre nel bosco e per i prati in fiore.

Nel ritorno a valle, su alcuni pendii prativi, due uomini calzanti gli stivali, sbarrano, con piccole chiuse di ferro e pian piano scendendo sempre più a valle, il ruscelletto che scorre veloce e garrulo ai due lati del largo prato, cosicchè interrompendo la sua corsa, l'acqua si spande per dissetare la terra.

Piano piano su Cogne e la valle, scendono le enormi ombre delle montagne intorno; l'aria si fa fresca e rinvigorante. Le nuvole sembrano aggregarsi come pecore di ritorno all'ovile. Le previsioni del tempo di domani non sono promettenti.

Giovedì mattina, di buon ora, diamo un'occhiata dalla piccola finestra della stanza; il magnifico scenario di ieri è sparito, addobbato da basse e grigiastre nuvole. E piove.

Scendiamo nella piazzetta del paese dove prendiamo una buona tazza di caffè-latte ed una brioche ancora calda. Due uomini seduti ad un tavolino leggono il giornale; poi entra una donna, che posa l'ombrello inzuppato nel porta ombrello situato vicino all'entrata e sbotta: "fortuna che domani mio marito ed io partiamo finalmente per il mare". Il cuore mi si stringe. Almeno poteva dire queste parole a basssa voce per non farsi sentire dai "folletti" e le "naiadi" che vivono nelle montagne; speriamo che non si siano offesi...

Decidiamo di scendere giù a visitare la città di Aosta (36 mila abitanti), capitale della regione a statuto speciale. La città e situata in una bella ed ampia conca pianeggiante a quota 583 metri; intorno sovrastano le cime del Monte Emilius (3559 m.), Becca di Viou (2856 m.) e Becca di Nona (3142 m.). I reperti archeologici spingono i primi insediamenti verso i 5 mila anni fa, poi i romani, sconfitti la popolazione indigena dei Salassi, fondarono Augusta Preatoria nel 24 a.C., chiamata anche la "Roma delle Alpi".

Tra l'altro si possono visitare la Porta Pretoria (25 a.C.), perfettamente conservata anche se ha perduto il suo rivestimento marmoreo; il teatro romano costruito a cavallo dell'ultimo e primo secolo; il complesso monumentale di S. Orso (circa 1000 d.C.) con il bel chiostro (dopo il 1133); la cattedrale (intorno al 1000) dedicata all'Assunta ed infine l'Arco di Trionfo costruito in onore ad Augusto Imperatore (25 a.C.). Si può visitare il tutto a piedi dato che si trovano concentrate nella zona centrale intercalata da molte vie ad esclusivo uso pedonale.

Nel pomeriggio la pioggia smette e le nuvole incominciano a diradarsi; nel ritorno a Cogne facciamo una deviazione nella vicina Valsavarenche. Questa è una bellissima valle con numerosi alpeggi ed una varietà infinite di cascate da ambedue i lati, adesso rese ancora più abbondanti dalla pioggia della mattina e rese scintillanti ai raggi del sole ancora alto.

Alla sera il cielo si è schiarito completamente, domani credo che potremo salire al rifugio Vittorio Sella.

Venerdì mattina la giornata si annuncia grandiosa; il solito caffè-latte e brioche al solito bar del paese, poi con la macchina infiliamo la strada che dalla piazza di Cogne sale in direzione Sud verso Valnontey e l'omonima valle proprio ai piedi dei ghiacciai del Gran Paradiso.

** Verso il rifugio V. Sella **

Arrivati a Valnontay, quota 1665, lasciamo la macchina nel grande piazzale all'entrata del piccolo villaggio; nel piazzale ci sono poche macchine; un venditore ambulante stà mettendo su il suo baracchino con la tenda.

L'aria mattutina è fresca e ci invigorisce; attraversiamo il torrente Valnontay sul ponte di legno a pochi metri a monte del piazzale e, seguendo l'indicazione per il rifugio V. Sella, passiamo vicino al Giardino Alpino Paradisia istituito nel 1955 in cui si trovano tutti gli ambienti atti ad ospitare 2 mila specie della flora alpina sia europea che extraeuropea.

Il sentiero, che in effetti è una vecchia mulattiera reale, sale ripido a zig zag in un bel bosco e fiancheggia il torrente Gran Lauzon; ad un certo momento il rumore della bella cascata che si vedeva da giù in fondo, si fa sempre più fragoroso, dopo un'ora ecco un sentiero che devia a sinistra e porta alla cascata dove si può attraversare sull'altra riva su di un ponticello di legno; dal fondovalle sale il suono di campane di una mandria al pascolo.

Osserviamo che sul tronco degli alberi ci sono dei ciuffi di pelo e un odore pungente impregna l'aria; dopo un paio di tornanti avvistiamo giù nel burrone un camoscio che rumina solitario sdraiato per terra. Ormai usciti dal bosco si vede dall'altra parte del torrente l'alpeggio "Pascieu" e come sfondo i ghiacciai ed i crinali coronati di neve.

La mulattiera continua a salire ripida e assolata a strapiombo sotto le cime frastagliate della Testa di Crocheneuille; verso le undici e trenta, dopo tre ore di salita arriviamo in una conca dove si trova un rifugio del Parco in fase di ristrutturazione e più in là il rifugio Vittorio Sella a quota 2584, con due lunghe costruzioni parallele, in pietra. Una fontana barbotta in una vasca situata tra le due abitazioni che offrono ben 160 posti letto.

Troviamo un posto al riparo del vento e ci sediamo al sole sul marciapiede appoggiandoci contro il muro tiepido; la temperatura è a pochi gradi al di sopra dello zero. Intorno c'è varia gente; alcuni assonnecchiati al sole stanno forse sognando a chissà che cosa, altri vanno e vengono dal ristorante il cui ambiente interno è illuminato da una fioca luce che si sforza di entrare dalle piccole finestre.

Dopo un tre quarti d'ora di sosta continuiamo la marcia verso i Laghi del Lauson a metri 2634 di quota, attraversando il torrente Gran Lauson che quì è formato da parecchi giovani tributari che scendono dalle pendici circostanti.

Guardando verso occidente ecco la vetta della Grivola con tutti i suoi 3969 metri e le cui pendici sono leggermente innevate e più a destra la Punta Rossa a metri 3630 e la Punta Nera a 3683 metri; la Grivola è stata descritta così da R. L. G. Irving nel suo volume "The Alps" : ... uno dei migliori esempi che Madre Natura abbia fatto nei modelli di grande scala" (Ingrandisci la foto a sinistra: la Grivola e la Punta Rossa).

Grivola Ai lati del sentiero si possono ora vedere numerosi gruppi di stambeccchi, ora sdraiati al sole ruminando, ora brucando l'erba o i licheni; quà e là si possono osservare anche alcuni camosci solitari; abbiamo notato anche la presenza di due pernici bianche sulla neve ed un gheppio.

Man mano che proseguiamo verso i laghi, la vista sul Gran Paradiso ed i suoi ghiacciai si fà più grandiosa e spettacolare e alle spalle c'è la Grivola, spruzzata di neve insieme alle cime rossicce dei dintorni, il tutto innondato dalla soffice luce pomeridiana. Il tutto sembra volersi rispecchiare vanitosamente nel cielo terso. Nè mancano i fiori alpini che dipingono la scena un pò dappertutto come un quadro di stile impressionista, ora solitari ora a mazzetti o a macchie, nelle fenditure di roccia o nei verdi spiazzi prativi.

Verso l'una arriviamo al laghetto per il sentiero che quì è formato da lastre di roccia e sassi.

Ritorniamo verso il rifugio a passo lento, con rammarico; si dovrebbe stare quì a meditare e spaziare l'occhio sul bell'orizzonte, seduti o sdraiati a guisa degli stambecchi per poter rifocillare corpo e spirito, con l'elisir che solo le montagne possono offrire a coloro il cui spirito ne riesce ad afferare il segreto.

Ci intratteniamo un pò ad ascoltare il suono melodioso dell'acqua chiara del Gran Lauson che scorre tra i sassi dell'alveo, nel suo lungo cammino verso il mare. Ora intorno al rifugio c'è ancora più gente di prima. Verso le due incominciamo la discesa; il sole è alto e su tutto l'orizzonte i cirri hanno incominciato la loro corsa, alti nel cielo.

Giù per il sentiero incontriamo una lunga fila di scolari delle scuole elementari in salita al rifugio, molti sono scoraggiati, altri sono seduti e non vogliono più continuare. Gli adulti si affannano per accendere per un'ennesima volta la voglia di continuare a salire verso un traguardo che a qell'età sembra inutile e che richiede troppo sforzo. Ora il sentiero è occupato da parecchia gente di ogni età, molti salgono altri scendono.

Dopo un paio d'ore arriviamo a valle, anche quì c'è gente un pò dappertutto; troviamo il parcheggio affollato di macchine e due autobus; decidiamo di visitare il giardino "Paradisia".

Alla sera, rinfrescati e riposati torniamo a Valnontey per la cena in un ristorante poco lontano dal giardino e dalle cue ampie vetrate è possibile godere della vista dei ghiacciai del Gran Paradiso ancora scintillanti negli ultimi raggi di sole; man mano che il sole cala ed il crepuscolo sale, le cime ed i ghiacciai prendono varie sfumature e sagome differenti nella penombra del crepuscolo finchè il tutto è avvolto nel buio e solo il profilo delle cime più alte rimane visibile contro il cielo violaceo.

L'indomani, Sabato, l'ultimo giorno di permanenza in Val d'Aosta, il cielo è di nuovo molto nuvoloso ed infatti nel tardo mattino la pioggia è di ritorno. Partiamo con la macchina per visitare Courmayeur e al ritorno alcune valli laterali, fra cui la stretta Valgrisanche con alcuni kilometri di strada in rifacimento a causa di slavine e dove in testatata c'è una diga alta oltre i 100 metri che forma il lago di Beauregard; dopo aver visitato la diga e visto il lago dall'alto della strada, ci fermiamo nel piccolo paesino di Valgrisanche, metri 1540, in un caffè che aveva appena aperto quella mattina dopo la lunga chiusura invernale.

Poi ci inoltriamo nella valle di Rhêms, che troviamo più accogliente e che presenta alcune belle cascate e l'acqua color verde cobalto che si fà cenerina più a valle nel torrente che scende alquanto tumultuoso; alla fine della valle iniziano parecchi sentieri che portano oltre quota tre mila.

Alla sera si fanno le valigie; la pioggia continua tutta la notte. Al mattino troviamo che non c'è acqua calda e dopo aver chiamato il proprietario si rimediò all'inconvenienza.

Partimmo così da Cogne sotto la pioggia, ma man mano che uscivamo dalla Val d'Aosta, le nuvole si schiarivano e ritornò il sole. Ora l' autostrada attraversa la zona delle risaie dove fummo sorpresi nel vedere vari uccelli fra i quali gli aironi bianchi e cenerini e un gruppo di falchi che erano appollaiati in fila sugli argini delle risaie le cui acque abbondano di rane e altre prede.

E così termina l' avventurosa vacanza in Italia fatta in occasione del venticinquesimo anniversario del nostro matrimonio.



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