MODULAZIONI E SFUMATURE D'ABRUZZO
di
giorgio zanetti


FOTO ALBUM d'ABRUZZO


A vevamo appena passato il piccolo paesino di Poggio Cancelli, quando tutto d'un tratto, dopo una curva, si present˛ come d'incanto la vista stupenda del lago di Campotosto. Era la fine del mese di giugno, ed il giallo pallido dei fiori delle acacie, in armonia col giallo cupo dei fiori delle ginestre, ingentiliva magnificamente la sobrietÓ del luogo. Scendemmo dalla macchina, e all'istante il corpo e le narici si inzupparono del dolce profumo degli arbusti in fiore, e la mente si saziava, con sorseggi lunghi e profondi, nel sublime silenzio. Poi l'incanto si ruppe, ma non del tutto, con l'avvicinarsi dello scampanýo ed il belare di pecore di un'ampio gregge, accompagnato dall'abbaiar tenace dei cani obbedienti ai fischi del pastore.

Il Gran Sasso da monte Mascioni
PANORAMICA
SUL LAGO DI CAMPOTOSTO E SUL GRAN SASSO
da monte Mascioni

Eravamo entrati in Abruzzo provenienti da Norcia. Il lago di Campotosto era sul nostro itinerario, spinti dal fatto che da una delle alture intorno al lago si pu˛ godere un'eccezionale panoramica del lato nord del Gran Sasso. Il lago artificiale di Campotosto, situato sui 1.300 metri in provincia di L'Aquila, Ŕ il pi¨ vasto dei laghi artificiali abruzzesi, con un perimetro di 64 kilometri ed un area di 14 kilometri, ottenuto dallo sbarramento del rio Fucino affluente del fiume Vomano, le cui acque sfociano nell'Adriatico presso Roseto d'Abruzzo.

Proseguiamo con la macchina, verso il paesello di Campotosto, per essere poco dopo fermati dal gregge che ancora attraversava la strada. Spegniamo il motore per ascoltare il rumore assopito di centinaia e centinaia di animali, recentemente rasati, che si muovevano quasi all'unisono; adesso l'odore pungente degli animali s'imponeva a quello dei fiori e penetrava l'aria con forza; ma le narici non erano offese, direi quasi che gradivano questo miscuglio e contrasti di odori che la natura offriva.

Passato il gregge, riprendiamo pian piano per non spaventare alcune pecore ritrose che erano rimaste al di lÓ della strada. Mi accorsi solo allora che accanto alla macchina c'era un enorme cane dal folto pelo bianco uniforme, un bellissimo cane che i pastori usano da queste parti. Appartiene alla razza chiamata "Pastore Maremmano Abruzzese", (l'addizione di "Maremmano" venne ufficialmente aggiunto nel 1958, ingiustamente per molti) nobile ed antica razza specializzata nel difendere il gregge. Questo tipo di cane fu menzionato per la prima volta dallo scrittore latino Lucio Columella (I secolo d.C.) nel suo saggio "De re rustica". L'autore accenna che gli antichi abitanti dell'Abruzzo quali i Marsi, Equi, Peligni, Frentani, usavano per la custodia dei greggi una razza di cani grossi, feroci, bianchi (per distinguerli dai lupi) con lunghi peli irti e gli occhi come carboni. I pastori li allevano fin da cuccioli insieme agli agnelli, sono allattati con latte di pecora, e si dice che cosý i cani, una volta adulti, conoscono le pecore del gregge una per una, diventantone il loro assoluto tutore. Le dimensioni possono arrivare sino a 83 cm. al garrese.

Mi ero accorto che il cane mi seguiva sul ciglio della strada, e come aumentavo di velocitÓ, lui allungava il passo, finchŔ quando diedi un'occhiata al tachimetro e osservai che la lancetta segnava quasi cinquanta kilometri orari. Poi il cane rallent˛ e lo vidi, nel retrovisore, fermarsi, per poi fare dietrofront galoppando verso il suo gregge. Fu un attimo di gran sollievo.

Il nostro programma prevedeva l'ascesa sul monte Mascioni (1595 m.), un dislivello di soli 220 metri, da dove si pu˛ godere un bellissimo panorama sui misteriosi monti della Laga, e naturalmente sul Gran Sasso, re degli Appennini.


IL CANE PASTORE D'ABRUZZO
da una stampa xilografica fine '800
[1]

L'indomani, dall'albergo Saint Andrew, sovrastante il lago e amministrato da una coppia inglese, ci dirigiamo con la macchina verso il Ponte delle Stecche e dopo un paio di kilometri, abbandoniamo la vettura sul ciglio della strada ed iniziamo l'escursione. Non essendoci un sentiero da seguire, puntiamo, dopo aver attraversato un piccolo boschetto, verso la cima pi¨ alta lungo i pendii erbosi. Essendo partiti tardi nella mattinata, la calura rendeva il passo lento; avremmo raggiunto la cima dopo un'ora di cammino.

Questo Ŕ territorio di mandrie di cavalli e di mucche al pascolo; territorio dei pastori e delle transumanze sui secolari e sacrosanti tratturi. Di turisti che fanno escursioni a piedi se ne vedono pochi o niente affatto. Quel giorno eravamo solo noi tre; ci rendevamo conto di essere degli intrusi in questo paesaggio, dove la vita non Ŕ facile, specie per i pastori.

Il pendýo e la cresta sono privi di alberi, inutile quindi cercare un luogo ombroso per una pausa rinfrescante. A metÓ costa, osservando verso sinistra in lontanaza oltre un vallone, si intravedeva un vasto gregge, forse quello di ieri; i belati delle pecore e lo scampanellare arrivavano a noi attenuati dalla distanza e dall'afa. Dopo alcuni attimi di sosta per osservare il gregge che avanzava come un'onda, proseguiamo di nuovo, lentamente; in meno di mezz'ora saremmo arrivati sulla cima.

D'un tratto intravidi, alla mia sinistra, alcune ombre sfuggenti; almeno mi sembrava. Poi l'abbaiare di cani dietro di noi ad una distanza di una trentina di metri. Non stavo sognando. Alle nostre spalle, e pi¨ in basso, si erano infatti radunati ben cinque cani dal pelo lungo e bianco, enormi, in postazione a ventaglio, con un intervallo di una decina di metri l'uno dall'altro. No, non era la calura che faceva far scherzi alla vista; mia moglie e mia figlia ne sono testimoni. Forse uno dei cani era quello di ieriů Decidiamo che la cosa migliore, visto che i mastini si erano fermati a distanza e che il loro atteggiamento non sembrava aggressivo, era di tornare sui nostri passi come se niente fosse. I cani ci seguirono per poco tempo, latrando di tanto in tanto; poi nel modo in cui erano apparsi, improvvisamente, partirono di corsa tutti insieme per raggiungere il loro gregge. Noi eravamo forestieri, noi eravamo i predatori, e loro hanno voluto assicurarsi che il gregge non fosse in pericolo. E dopo aver esaminato tre sprovveduti turisti, sbalorditi sia dal caldo sia dall'inattesa apparizione, decisero di tollerare, se non proprio accettare, la nostra presenza.

Arriviamo quindi sulla cresta arrotondata del monte Mascioni ammantata di sparsi cespugli, erbacee alpestre e macchie di ginestre in fiore. La splendida prospettiva sulla conca del lago infondeva un senso di sereno riposo, e allungando la vista verso sud/est, a meno di una ventina di kilometri in linea d'aria, tra un incantevole alternarsi di svariati e deferenti profili montuosi, ecco le imponenti cime del Gran Sasso (Corno Grande 2912 m.) tappezzate qua e lÓ di neve. Un panorama veramente stupendo, goduto in un'atmosfera di prezioso silenzio, spruzzata col profumo incomparabile di una lieve brezza di montagna, dal sapore ineguagliabilmente abruzzese, naturalmente.


[1] Coloratura e inquadratura aggiunte (gz/2006).


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Articolo precedentemente publicato nel periodico "L'Ora di Ottawa"; febbraio, 2004