PICCOLO MONDO - GRANDE MONDO
di
giorgio zanetti

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E splorando, alcuni anni fa, il sud della Toscana, area poco conosciuta dai turisti, e bellissima anche per questo, ci capitò per caso di visitare il borgo medioevale di Santa Fiora, in provincia di Grosseto, dove fummo testimoni di un episodio fuori dall'ordinario.

Pieve di S. Fiora
LA PIEVE DI S. FIORA
XV s.

Il cielo e gli orizzonti erano quelli che si trovano esclusivamente in Toscana. Il paesaggio offriva una tavolozza spruzzata di colori dal sapore mediterraneo: il verde cupo dei solitari cipressi, il giallo ocra affumicato mischiato con la terra di Siena bruciata dei campi arati, le svariate sfumature bruno-giallastre dei campi di grano macchiati col rosso vivo dei papaveri cullati da una lieve brezza, le variate tonalità dei verdi boschi di castagni e di faggi. Profili di castelli merlati, profili delle torri di antichi borghi silenziosi, l'infinità di sinuose colline. Anche i numerosi cumuli biancastri, nelle loro forme bizzarre e mutevoli, sparsi qua e là nel sottofondo blu del cielo, erano firmati “Toscana”. Il paesaggio calmava la mente, ma allo stesso tempo la esaltava, mentre assorbiva, lentamente, tutto questo ben di Dio e degli uomini.

Il borgo di Santa Fiora, sede degli Aldobrandeschi sin dal X secolo e citata da Dante nella Divina Commedia (Purgatorio VI, 109), è praticamente ignorato dagli opuscoli turistici. Lo trovammo per caso seguendo le stradine secondarie della Toscana, come d'altronde si trovano tantissimi altri bellissimi paesini a misura, per così dire, “d'uomo”, senza dover seguire prestabiliti itinerari. Situato sulle pendici sud orientali dell'antico vulcano Monte Amiata, a 687 metri sul livello del mare e con poco più di 2,700 abitanti, Santa Fiora è un tranquillo e ameno paesino sovrastante la vallata del fiume Fiora, le cui acque sorgive sono rinchiuse, nel basso del borgo, in una grande vasca chiamata Peschiera, costruita nel XVII secolo.

Passeggiando tra le viuzze selciate e silenziose, durante un'assolato pomeriggio, arriviamo nella oblunga e severa piazza principale dove si trovano l'antica torre quadrangolare del palazzo degli Aldobrandeschi, il Palazzo Comunale con la Torre dell'orologio a doppia merlatura (l'orologio originale era del 1480, poi sostituito nel 1865) e il grandioso palazzo Sforza-Cesarini costruito nel 1600. Dall'alto del paese si possono godere bellissimi scorci panoramici sulla campagna che tappezza le pendici del monte Amiata.

Proseguendo oltre la piazza principale intitolata a Garibaldi, raggiungiamo la chiesa della Pieve, dove, nella piazzetta antistante, si può sorseggiare acqua fresca da una piccola fontanella. La Pieve di Santa Fiora, dedicata alle SS. Flora e Lucilla, fu costruita nel XIV secolo in stile Romanico; la semplice facciata è abbellita dall'elegante portale in stile Rinascimentale e da un bel rosone in travertino.

A quest'ora il borgo è praticamente deserto. Una piccola porta, ritagliata nel più largo e unico portone della chiesa, è socchiusa; entriamo sommessamente nell'ombrosità e frescura dell'interno; le pupille stentano ad adattarsi alla subitanea variazione dall'abbagliante luce di fuori alla soffusa luce di dentro.

Battesimo - Andrea della Robbia - XV s.
IL BATTESIMO - ANDREA DELLA ROBBIA
XV s.

Ed una volta ambientati, non crediamo ai nostri occhi. Sulle pareti ecco apparire delle bellissime ceramiche di Andrea della Robbia (1435-1528). Incredibilmente erano lì a pochi passi da noi, senza dover far la fila in un museo, o affrettarsi per lasciar posto ad altra gente; eravamo i soli. Erano fissati lì, da secoli ormai, nella splendida luminosità dei loro colori e delicatezza dei gesti. Il “Battesimo di Gesù” in cui risaltano i personaggi smaltati in bianco, incorniciati da una ghirlanda con frutta e foglie, stile inconsueto di Andrea della Robbia; la “Madonna della Cintola” già descritta, dal Touring Club Italiano (1941), come una delle più pregevoli opere della bottega robbiana, seguono poi l' “Ultima Cena” e il “Trittico”.

Ma non eravamo soli. Mentre si contemplava a lungo una di queste meraviglie, ecco che un pò più scostati e davanti ad una altra delle opere d'arte c'erano due donne, anch'esse intente a gustarne i particolari. La più anziana delle due, forse sulla trentina, stava descrivendo, a voce bassa e nei minimi dettagli, alla più giovane, sulla ventina, la stupenda immagine che avevano di fronte. Fin qui niente di straordinario, ma presto mi accorsi che chi descriveva il quadro era cieca. Allibito, mi feci coraggio e avviai una breve conversazione; con delicatezza chiesi come mai ella potesse conoscere così a fondo queste meravigliose ceramiche. Mi rispose, con molta affabilità, che era un'appassionata d'arte e che negli anni passati aveva assai spesso visitato la pieve per appunto studiare più a fondo le ceramiche di cui era grande ammiratrice (fu lei a precisare che Andrea della Robbia non era solito usare fregi con soggetti di frutta); e ora che una malattia le aveva tolto la vista, amava condividere la sua conoscenza ed il suo entusiasmo con la nipote, anche lei appassionata d'arte.

Sì, le ceramiche di Andrea della Robbia erano senza dubbio un segno tangente del genio umano, ma direi che il gesto della zia verso la nipote, evidenziava un qualcosa di più profondo e sublime dell'essere umano.

Questo episodio, a mio parere, mette in rilievo che il mondo non è modellato solamente da opere clamorose e spesso plateali, bensì è anche temprato da gesti semplici nelle loro apparenze ed esecuzioni.

Ma è opportuno lasciare a ciascuno di valutarne giudiziosamente la morale.



Articolo apparso sul periodico "L'ORA DI OTTAWA", novembre, 2004.
Lettera, con consimile esposto, fu pubblicata nel mensile "BELL'ITALIA" , numero 131, marzo, 1997.